Un “ricciolo” “birichino”

di Aldo Selvello

L’ infanzia accidentata di Macario.

Bello è raccontare di Macario! In questo articolo scriverò di Macario bambino discolo, appunto, “birichino”! Come lui stesso si descrive nella sua biografia.

Una infanzia accidentata.

Scrive di se stesso: “fui sul punto di morire almeno dieci volte”, fui travolto due volte da un carro: alla prima, era un furgoncino di Porta Palazzo, di quelli che la sera trasportavano la stoffa quando si sbaraccavano i banchi, mi fratturai una gamba – subito ingessata dalla guardia medica del Municipio di via Bellezia. Alla seconda, ero capitato sotto un calesse, mi acciaccai la schiena. Più grave, fui portato all’Ospedale San Giovanni.

Abitavamo allora in via Franco Bonelli n.6, al primo piano: un po’ più di soldi ci permettevano “il lusso” di una stanza senza tante scale.

In quegli anni mi era venuta la mania dei fiammiferi: una mattina, solo in casa, a letto con l’angina, usai dei cerini, sul comodino, per accendere una candela (la luce elettrica non c’era ancora). Per l’illuminazione nelle case si usava il gas, la lampada a petrolio e, per la notte, le candele. Risultato fu che prese fuoco il letto; le vicine di casa vedendo il fumo, chiamarono mia madre ed i pompieri. Dalla portineria, dove si trovava, mia madre accorse subito; i pompieri invece…..no. Tuttavia con alcuni secchi d’acqua mia madre ed i vicini riuscirono a spegnere le fiamme.

Poi fui travolto dalle acque della Dora mentre prendevo un bagno vicino al ponte delle “Benne” (Regio Parco); mi portarono a casa, salvato da un barcaiolo….

Una volta, per gioco, misi la testa in un buco fra due scalini della cantina….mi tirarono fuori due muratori, i quali dovettero rompere il gradino perché le orecchie impedivano di far uscire la testa.

Una o due settimane dopo questo “incidente”, ero nel cortile di casa mia a giocare “ai soldatini”, con altri ragazzetti e,…..mi ero infilato sul capo, a mo’ di elmetto, un vecchio vaso da notte di smalto, tutto acciaccato, trovato chissà dove. Vinsi regolarmente tutte le battaglie ma, quando si trattò di iniziare il meritato “riposo del guerriero”, andando a fare merenda, incominciarono i guai. L’elmo non usciva più dal capo……. Urlai al soccorso e arrivò la mamma: ma non riuscì nemmeno lei…..fini per condurmi da un lattoniere che, per riuscire a toglierlo…. dovette tagliarlo.

Mia madre, d’estate, mi mandava da certi parenti a Villar Perosa. Una domenica, per essermi distratto nell’attraversare una strada, feci capitombolare sei o sette corridori ciclisti che stavano disputando la “volata” finale.

Sempre a Villar Perosa, stavo giocando in mezzo ai binari del treno (tranwai n.d.r.), quando questo arrivò ed io, per un pelo non fui investito. Si fermò a nemmeno tre metri da me che stavo a guardare inebetito, ……

Il fuochista mi fece scappare tirandomi dietro dei grossi pezzi di carbone.

A Torino,…..giocavamo a scavalcare i cancelli della chiesa della Consolata. lo mi lanciai in un volteggio e rimasi infilato in una delle punte. Fu la prontezza di un sacerdote a togliermi da quella posizione alquanto scomoda. Urlavo come un’aquila e credevo di morire. Me la cavai invece con un buco nel pancino di cui conservo ancora il segno.

E ne avrei da raccontare ancora molte altre di simili “vivezze”, tanto che il dottor Borsotti un giorno disse a mia madre: “Chissà cosa vorrà mai diventare questo bambino, se ancora non è morto nonostante quello che gli è successo”!!!

Dal libro: Macario Story